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Il vino rosso contro l’Alzheimer? PDF Stampa E-mail

 Che il vino facesse bene si sapeva. Che la sua forza venisse principalmente dai polifenoli lo si sospettava. Ma come questi importanti antiossidanti funzionino rimane ancora poco chiaro.
Ora, un gruppo di ricercatori dell’Università della California, in collaborazione con colleghi del Mount Sinai di New York, ha mosso un decisivo passo in avanti nello studio dei meccanismi di questi componenti naturali. Lo ha fatto studiando gli effetti del vino rosso, ricco di polifenoli, sull’Alzheimer.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Journal of Biological Chemistry, ha dimostrato come questi antiossidanti contenuti nel vino riescano di fatto a bloccare due proteine coinvolte nella formazione di placche tossiche che si pensa distruggano le cellule cerebrali. Non solo. I polifenoli sembrano in grado anche di diminuire la tossicità delle placche già esistenti, riducendo così il deterioramento cognitivo del paziente affetto da Alzheimer. Studi precedenti hanno visto che i polifenoli, contenuti anche nel tè, nel cacao e in numerose altre piante, sono capaci di inibire o prevenire la formazione di fibre tossiche composte principalmente da due proteine - Aß40 e Aß42 (Beta amiloidi) - che si depositano nel cervello e formano le placche che da tempo sono state associate con l’Alzheimer. In questo studio i ricercatori hanno tenuto sotto controllo il “comportamento” di queste due proteine proprio per vedere come fossero in grado di produrre aggregati capaci di uccidere le cellule nervose dei topi di laboratorio. Gli scienziati hanno poi trattato le proteine con polifenoli estratti dai semi di uva. È risultato che gli antiossidanti  possono fare due cose importanti: bloccare la formazione degli aggregati tossici della Aß e ridurre la tossicità di questi aggregati combinati con la Aß.
“Quello che abbiamo scoperto è abbastanza chiaro- dice David Teplow, autore principale dello studio- Se le proteine beta amiloidi non possono assemblarsi, non possono neanche formarsi gli aggregati e quindi non c’è tossicità. Il nostro lavoro suggerisce che la somministrazione di questi composti ai pazienti affetti da Alzheimer potrebbe bloccare lo sviluppo di aggregati tossici, prevenendo lo sviluppo e anche migliorando la patologia esistente”. Una scoperta destinata a fare da battistrada visto che - fanno sapere i ricercatori - al momento non ci sono terapie in grado di modificare la malattia e i trial clinici finora effettuati sono stati piuttosto deludenti.

Leggi qui l'abstract della ricerca in inglese

 
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